Diario Festival – 11 settembre – La Chana: la danza come vita – Matteo Marcellin

La Chana: la danza come vita di Matteo Marcellin

Ore 22, la sala di Palazzo dei Trecento comincia a svuotarsi. Il pubblico voleva una storia e l’ha avuta. Il primo giorno del Sole Luna Doc Film Festival si apre con un film fin troppo carico di contenuti, Prison Sisters, che lascia noi spettatori di fronte a una cruda realtà. Tutte le aspettative suscitate dalla storia si sono bruscamente spente, come fuoco in acqua, nei 30 secondi finali. Nella testa le immagini di un’integrazione fallita, di una storia lieta con una triste fine.

La sala si svuota. Qualsiasi film, ora, difficilmente verrà seguito con una tale attenzione.

Mentre le luci si spengono per la proiezione successiva, tutta la sala viene avvolta da un rumore martellante. Una donna danza sullo schermo, ma più che danzare, vive. La Chana È tutt’uno con questa sua danza, col rumore martellante. Lei è il ritmo e il ritmo è in lei. Inizia il racconto di una ragazza gitana destinata a non avere una vita, e portata invece sul tetto del mondo dal flamenco, la sua più grande passione.

Sullo schermo scorrono le immagini: una persona, due vite. In una è schiava dei dettami della comunità gitana che la obbligano a vivere subordinata al marito: dapprima è costretta a lasciare la danza all’apice della carriera poi è abbandonata in strada con la figlia, sommersa dai debiti. Nell’altra, invece, è la ragazza che balla, è la donna che si muove su un palco e che muove gli spettatori. Quando si esibisce il palco è la sua casa, il ritmo la sua vita.

Questa dualità è riconosciuta anche dalla figlia: «quando balla non è fra noi, è in un altro mondo. Da piccola avevo paura: temevo potesse morire, tanto ci metteva se stessa».

La Chana

Anche da piccola ballava in qualsiasi occasione, seguendo un ritmo conosciuto da lei sola, a una velocità vertiginosa. Guardarla danzare è un’esperienza mistica: ogni suo movimento è preciso, diretto, puntuale. «Quando fai un gesto deve essere vivo: il pubblico lo percepisce, per quanto semplice, e riesce a comprendere la differenza»: nel dirlo batte un piede, una sola volta, un solo tocco. Tutti si fermano, tanto nel film quanto in platea. Nell’aria si percepisce la tensione successiva al gesto, un silenzio carico di aspettativa. Un solo battito del piede capace di trasmettere emozioni attraverso uno schermo, attraverso gli anni – così semplice, così profondo. La Chana, ovvero “colei che sa”, è consapevole.  Ogni suo gesto è improvvisato, eppure sembra calcolato.maxresdefault

Un ultimo ballo, poi finisce la proiezione. Il ritmo che prima ci catturava ora ci lascia andare. Ci abbandoniamo a questi ultimi istanti di musica, e lentamente usciamo dallo schermo. Del film, molte emozioni e un fotogramma: quel suo ultimo ballo, da seduta, ormai schiava dell’avanzare degli anni. Lei però ancora balla. E continuerà sempre a ballare.

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