Diario Festival – Food for Life – «Caviale da Re» – Francesca Micele

«Caviale da Re» di Francesca Micele 

A Copenaghen, in una cucina professionale galleggiante, due stravaganti chef si alternano ai fornelli. In pentola soffriggono non verdurine accuratamente tagliate a dadini ma larve e cavallette, aromatizzate con noce moscata, erba cipollina e quant’altro: disgustoso!Bugs I piatti hanno però sorprendentemente un aspetto delizioso e forse qualcuno in sala ha persino un po’ di acquolina. I due chef , John Evans e Ben Reade, lavorano al Nordic Food Lab e sono i protagonisti del documentario Bugs: secondo appuntamento della rassegna Food for life. John e Ben sono giovani, intraprendenti e con uno spiccato spirito di avventura: il loro progetto consiste nel vivere con quelle comunità che considerano gli insetti alimento abituale della loro cucina.  Volano in Australia, Africa, Italia e Cina e assaggiano ogni tipologia d’insetto. Lo scetticismo con cui siamo entrati in sala si fa da parte: il pubblico si lascia trasportare dalla curiosità e dall’entusiasmo dei due chef e dalle parole con cui descrivono il sapore di quelle disgustose creaturine. Le larve odorano di erba fresca e subito un profumo simile si diffonde nella sala: “Sanno di avocado, di mandorle fresche… c’è una nota di acidità, con un po’ d’erba cipollina sarebbero magnifici! È un sapore incredibile”. Le nostre papille gustative vivono un’esperienza extrasensoriale e siamo curiosi di assaggiare quell’esplosione di sapori diversi.Bugs Rimangono delusi dal sapore degli insetti d’allevamento. Partecipano poi a un convegno sulla possibilità di inglobare nel quotidiano regime alimentare gli insetti, che, ottima fonte proteica, potrebbero in parte risolvere la questione della fame nel mondo e perché non introdurli nei menù dei migliori ristoranti come una prelibatezza, come una sorta di «Caviale da Re». La visione del film è stata accompagnata da una degustazione e alcuni speravano in qualche pietanza a base di larva o cavalletta, ma non sono stati accontentati. Prima del film infatti è stato spiegato che l’idea era quella, ma in Europa è vietato servire insetti… “Menomale!”: sussurra qualcuno. L’appuntamento conclusivo della rassegna Food for life sarà sabato 16 settembre con la proiezione di Il Tempo delle api di Rossella Anitori e Darel Di Gregorio.
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Diario Festival – Food for Life – No more excuses – Francesca Micele

Consigliamo come  sfondo: Like a Rolling Stone - Bob Dylan

No more excuses di Francesca Micele 

Con foto by Benedetta Baron Cardin 

  «No more excuses» è la frase che campeggia sulla facciata laterale del refettorio Ambrosiano, costruito in uno dei quartieri più poveri di Milano. L’idea è di Massimo Bottura, chef visionario promotore di un progetto di «cucina sociale» documentato nel film di questa sera: Theater of life. La sfida è questa: utilizzare solo cibo scartato dalle cucine dell'Expo e preparare piatti gourmet per i senza tetto. Nella cucina di Chef Bottura c’è posto solo per scelte che vanno verso due direzioni: sostenibilità e accoglienza. Nel documentario lo vediamo spesso parlare in pubblico della sua iniziativa, siamo con lui mentre tenta di ispirare altri chef che poi vorranno seguirlo e quando  fa notare l’incongruenza tra lo slogan dell'Expo “Nutrire il Pianeta, energia per la vita” e la realtà dei fatti. Cosa significa veramente “Nutrire il Pianeta” quando lo stesso Expo si lascia alle spalle un’enorme quantità di materiali di scarto?Theater of Life Basta scuse. Oltre alla presentazione del progetto, si lascia ampio spazio al racconto delle storie dei fruitori del refettorio: la macchina da presa segue le loro vite travagliate sia dentro che fuori la mensa. Ognuno ci permette di entrare per qualche minuto nel suo mondo, nella sua condizione di continua instabilità. Lo spettatore percepisce un senso di speranza presto deluso da un’impressione d’impotenza, sospira nell’aspettativa di una soluzione, tenta di convincersi che non stiamo solo cercando scuse. Con il pubblico si crea una forte empatia: vivere così non è dignitoso. Il documentario termina sulle note di Like a Rolling Stone di Bob Dylan confermando nell’ animo dello spettatore sentimenti contrastanti: da un lato entusiasmo per la notizia che anche dopo l'Expo il refettorio è rimasto aperto e continua a regalare un pasto a chi ne ha bisogno, dall’altro amarezza per l’incapacità del progetto di andare incontro ai reali bisogni dei senza tetto. Ascoltando accuratamente le parole dei commensali, si sente qualcuno accennare sommessamente: “Pochi ma buoni!”. I grandi chef, forse, non hanno fatto fino in fondo i conti con le particolari esigenze dei commensali di cui devono prendersi cura; un uomo di cui sentiamo raccontare la storia, afferma di voler uscire dalla mensa per prendere un po’ d’aria, lì si sente un oggetto. Si parla di Expo e di cucina sostenibile ma un senza tettoTheater of Life deve preoccuparsi di come trovare un posto dove passare l’inverno per non congelare.  Fare accoglienza non è affatto semplice: è necessario essere dotati di grande sensibilità per trattare con persone in difficoltà senza ledere la loro dignità e talvolta non è   sufficiente. Ai collaboratori del progetto Theater for life rimane il merito di essere riusciti a regalare qualche ora di serenità a chi in fin dei conti non desidera altro. Terminata la proiezione, per entrare nello spirito dell'iniziativa, il pubblico, ancora in cerca di risposte, viene invitato a un rinfresco preparato  con ingredienti di scarto. Tra un sorso di prosecco e apprezzamenti sul cibo ci si scambia opinioni sul film e si entra nel vivo del festival, pronti per assistere alla proiezione successiva. By Benedetta Baron Cardin (10)   By Benedetta Baron Cardin(9)
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Diario Festival – 14 settembre – Return Point: decollo – Icaro Bortoluzzi

Return Point: decollo di Icaro Bortoluzzi

È il 2 giugno 2014 quando un caccia ucraino sgancia varie bombe nella regione di Donbass colpendo i centri abitati. È il punto di non ritorno, il momento in cui un aereo può solo decollare, lo scoppio della guerra tra l'Ucraina e la neo proclamata Repubblica Popolare di Donetsk e Luhansk. Un conflitto singolare: molti piloti russi infatti si trovano a dover combattere contro un luogo che era la loro casa, contro amici e parenti da cui sono stati separati con la caduta dell'URSS.Overdrive. Return Point Overdrive. Return Point  è la testimonianza di piloti dell’aeronautica militare russa che, dopo la separazione dell’Ucraina dalla Russia, sono stati costretti ad abbandonare tutto per trasferirsi a nord. L’alternativa era prestare giuramento al nuovo stato ucraino: inconcepibile per un soldato. Sono così costretti a farsi una nuova vita in Russia, senza un lavoro e senza affetti. Eppure al momento della scelta non hanno avuto il minimo dubbio. La situazione cambia quando, con un referendum popolare, la penisola della Crimea ritorna a far parte della Russia. Per i veterani del luogo costretti alla fuga in Russia è un sogno, il “punto di ritorno” verso la loro terra, le loro famiglie e i loro amici. Le due realtà sono diverse e stridono a un contatto dopo tanto tempo, ma la nostalgia supplisce alle differenze e la vita riprende. Le famiglie si riuniscono, le amicizie si ritrovano. I piloti si ricongiungono con i vecchi aerei.OVERDRIVE_4 Poi la guerra: l'ombra del 1991 e della separazione dell’Ucraina. Ed ecco che i veterani, che un tempo non avrebbero esitato a lanciarsi in guerra, ora si interrogano sul senso di una nuova guerra, a cosa porterà. Ma dopotutto gli affetti fanno dimenticare la precarietà della situazione lasciando spazio alla serenità. I padri insegnano ai figli la cosa più importante: insegnano loro a volare.« Let’s run up to take-off! Corriamo per decollare!».
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Diario Festival – 14 settembre – Aquagranda in filmando – Anna Dal Ben

Aquagranda in filmando di Anna Dal Ben

Eccoli davanti a noi i protagonisti di “Aquagranda in crescendo”.21740295_1709750195724226_7925021558450647302_n

Mentre il direttore artistico del Sole Luna Festival, Andrea Mura, rivolge qualche domanda a noi spettatori, ancora intontiti dal rumore dell'acqua, fa uno strano effetto vedere nella Sala dei Trecento, davanti allo schermo, Damiano Michieletto e Filippo Perocco, rispettivamente regista e compositore di Aquagranda, che fino a un momento fa, erano solo figure proiettate.

Giovanni Pellegrin, regista del docufilm, ha scelto di raccontare il backstage di un'opera straordinaria: commissionata dal Teatro La Fenice, evento artistico e commemorativo, Aquagranda è Schermata 2017-09-15 alle 16.18.17strettamente legata al territorio in cui nasce. Rievoca un momento drammatico della storia di Venezia: la devastante alluvione del '66, che sommerse la città e rischiò di farla sprofondare irrimediabilmente.

Il docufilm alterna il racconto dei testimoni di quella drammatica esperienza a riprese dietro il sipario del Teatro La Fenice,  dove si muove il grande ingranaggio dell'opera  tra storie di attori, scenografi, coreografi, tecnici, cantanti, musicisti, costumisti, che la videocamera di Pellegrini,  osservatrice discreta, documenta, ripercorrendo l'evoluzione del progetto dalla sua nascita.

Grande spazio èSchermata 2017-09-15 alle 16.15.43 dato ai primi genitori di Aquagranda, Perocco e Michieletto, la cui regia e musica ha dato forma a uno spettacolo acclamato e dal pubblico e dalla critica per la sua potenza drammatica. Abbiamo l'occasione di scambiare due parole con i due e con Livia Rado, compagna di Perocco e cantante nel ruolo di “Lilli” nell'opera. Michieletto deve scappare. Il regista, nominato “enfant prodige del teatro dell'opera”, ha i figli a casa che lo aspettano. Anche questo fa parte della bellezza di SoleLuna: il mondo del documentario in sé, ma anche l'incontro vero e proprio con i protagonisti del festival cancella quel filtro fasullo e distante dal cinema del reale che tende a farci mitizzare celebrità e personaggi del grande schermo. Con umiltà Michieletto dice che ha visto stasera per la prima volta il documentario completo. “Hanno fatto un lavoro impegnativo”, dice, “un bel mix tra quello che è il racconto dello spettacolo vero e proprio e quello che è il mondo del teatro”, e aggiunge: “spero che abbia fatto venire voglia magari ai giovani, a chi sogna un lavoro in futuro, di avvicinarsi a questo mondo”. Lo lasciamo correre a casa e ci avviciniamo a Livia, cercando di fare piano per non svegliare il suo bambino, che le si è addormentato in braccio.

Com’è stato vederti da fuori? “Quello che ricordo di questa esperienza è un’energia grandissima che univa tutti, che veniva dall’evento in sè e quindi dalla memoria storica di quello che era e che noi tutti sentivamoEra molto sentito lì in teatro e a Venezia, con il fatto di dover mettere in piedi un’opera da zero, eravamo un po’ tutti sulla stessa barca. C’era chi magari aveva meno esperienza, chi ne aveva di più con il palcoscenico, ma eravamo tutti allo stesso livello perché di fronte a questa cosa completamente nuova. Rivedere il documentario, più che rivedere l’opera, tutte le prove, la scena, i commenti, è stato molto forte. Rivivere tutto è molto bello.”

Com’è cambiato il tuo rapporto con la città di Venezia, se è cambiato? “Io non avevo avuto modo di avere grandi rapporti con Venezia prima di allora, quindi di sicuro adesso ho un rapporto più affettivo, c’è un legame diverso anche per il fatto aver partecipato ad un ricordo di un momento così sentito e significativo per la città.”

Diverso, invece, l'approccio di Filippo Perocco, che si avvicina a Livia, prende in braccio il bambino, e ci racconta quello che è stato il suo legame con la laguna: Io ho studiato a Venezia, al conservatorio, quindi è una città che frequento da tanti anni. Sappiamo tutti il fascino di Venezia, non ci vuole molto a conoscerla e ad apprezzarla. Qui si è trattato di conoscerla in maniera un po’ più intima sotto un certo punto di vista, non tanto il centro di Venezia ma i luoghi periferici come potrebbe essere Pellestrina. L’opera è ambientata lì, ho fatto delle ricerche sui canti lagunari, sono stato lì e quindi ho conosciuto tutta un’altra faccia della città, meno inquinata dalla velocità di adesso. Nel giro di dieci anni si è tutto accelerato, in maniera iperbolica. Quando arrivi a Pellestrina apprezzi questa pace, questa città che sembra incantata sotto un certo punto di vista, ma non in estate. Io sono andato lì a marzo/aprile in un periodo in cui era meno frequentata. Venezia la conosci anche attraverso i luoghi della cultura; io avevo già lavorato in Fenice, per dei brani sinfonici, ma lavorare su un’opera vuol dire lavorare nella città perché conosci i lavoratori, le maestranze, tutti quelli che lavorano lì dentro; scopri un labirinto di professionisti, dalla sarta al macchinista, e quindi anche lì entri in contatto con l’uomo, con la persona, e tanti di loro magari avevano vissuto l’alluvione nel ’66. È stata un’occasione per conoscere un calore diverso.”

 Lo chiedo anche a lei: com’è stato vedersi da fuori? Vedere il lavoro che è stato fatto (questa è la terza volta che vedo questo film vietato in un luogo pubblico) ogni volta mi fa provare emozioni sempre più grandi, e poi il lavoro che ha fatto Giovanni è veramente di alta qualità. C’è stato questo incontro. Ora riesco a pesare sempre più il grande lavoro che è stato fatto da parte di tutti quanti, come ho detto Schermata 2017-09-15 alle 16.16.02prima, tante persone che si sono trovate a lavorare per quest’opera nuova, questo lavoro sconosciuto che è stato creato da tutti e che si percepisce, si rinnova rispetto a quello che avevo visto in quei giorni. Tutti si sentivano attori principali di un progetto al quale credevano profondamente, e questo io l’ho proprio percepito, riverbera.”

Questa la sinergia colta da Giovanni Pellegrini.
Nella storia di un'opera della quale, ne siamo certi, si continuerà a parlare a lungo.
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Diario Festival – Reportage – Untitled #2

Reportage - Untitled #2

A cura di Anna Dal Ben, Beatrice Lorenzon, Anna Merotto, Francesca Micele In punta di piedi ci siamo addentrati nella macchina del Festival fino a diventarne un ingranaggio. Disorientati e affascinati, siamo stati l’ombra di Nick Cave per ventiquattro ore, ci siamo immersi con le Ama-San nelle gelide acque del Giappone e con gli attori e il regista di Aquagranda abbiamo provato il brivido di eccitazione la sera della prima alla Fenice. Collage Proiezione dopo proiezione, storia dopo storia, rapiti dai canti del deserto maliano e dalle testimonianze avventurose dei piloti di guerra russi e ucraini, siamo scivolati nel microcosmo del Festival Sole Luna. Il nostro quartier generale, un’antica sala sopra la galleria della Strada Romana, con un lungo tavolo in legno e un’ampia trifora, si è trasformato da ufficio  a  seconda casa. Prendere appunti durante i film è diventata un’abitudine e ormai  siamo affezionati al ticchettio costante delle dita che scrivono sulla tastiera, unico rumore nel silenzio che accompagna la stesura delle ultime righe di un articolo. Perfino le scomode sedie della sala di TRA e il ronzare della lampadina di Palazzo dei Trecento sono diventati familiari. Siamo rimasti irrimediabilmente affascinati dalla frenesia del Festival e i sorrisi e le premure dello staff hanno reso più dolci queste giornate.  Abbiamo vissuto una settimana quasi irreale con ritmi molto diversi da quelli abituali e non possiamo non chiederci come questo mondo abbia avuto origine. Abbiamo chiesto a Lucia Gotti Venturato, presidente dell'Associazione Sole Luna - Un ponte tra le culture, di raccontarci la fondazione del Sole Luna Doc Film Festival. Festival
“Il Festival è nato tredici anni fa dalla combinazione di creatività, spirito di innovazione e intraprendenza insieme a un pizzico di fortuna. Non sarebbe inoltre stato possibile mettere in piedi Sole Luna senza l’aiuto dell’incredibile staff con cui lavoro quotidianamente. Nel 2001 mi occupavo di eventi legati all'arte, mostre fotografiche e artistiche, quando improvvisamente un amico di famiglia che lavorava in Parlamento mi propose di intraprendere una carriera nell’ambito della politica estera per raccogliere notizie di attualità sul mondo . Fu così che accettai il compito e trascorsi quattro anni straordinari, in cui mi furono affidate moltissime responsabilità e in cui venni a contatto con la diplomazia internazionale. In questo ambiente conobbi una persona che ha lasciato un grande impatto nella mia vita, Rubino Rubini - un noto regista che a soli 18 anni fu persino assistente di Strehler - che realizzava documentari strepitosi incentrati sull'architettura, sulla danza e sulla musica di un’efficacia straordinaria. Mi venne dunque una grande idea: perché non fondere il mio bagaglio culturale costruito in quattro anni di esperienza nella politica estera con la sua abilità di documentarista? Perché non creare una rassegna di documentari in grado di raggiungere un’ampia platea e indirizzata soprattutto ai giovani, futuro della società? Nacque così quest’idea folle di mettere in piedi un festival. Fortunatamente ricevetti dei fondi economici che mi permisero di portare avanti l’ambizioso progetto, ma dovetti trasferirmi in Sicilia per ottenerli. Inoltre stava nascendo il Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, che aveva tra gli studenti più brillanti anche Andrea Mura, Chiara Andrich e Giovanni Pellegrini, personalità destinate a diventare pietre miliari di SoleLuna, e alla fine del 2005 iniziò ufficialmente questa avventura. Arrivai a Palermo dove con molta dedizione cominciammo a fare il bando di concorso, a ricevere i primi film. Riuscimmo, da gennaio a ottobre, a organizzare la prima edizione del festival che si svolse in un luogo storico creando un set cinematografico, come abbiamo riproposto qui a Palazzo dei Trecento. Lì eravamo nella chiesa di Santa Maria dello Spasimo, dove si è svolto il festival anche quest’anno. Mettemmo in piedi tutta la rassegna riunendo una giuria completamente diversa da quelle tradizionali composta da una donna iraniana, un regista francese di origini iraniane, un fotografo di guerra e altri membri. Abbiamo formato una giuria varia, composta da esperti del cinema e non solo, col fine di trasmettere l’arte del documentario anche a chi non conosceva nulla di cinema. Con un valido direttore artistico e con Gabriella D’Agostino cominciammo la nuova avventura che ci ha portato oggi anche a Treviso. Cosa successe durante gli anni? Nel 2012 Enel Green Power fu il nostro sponsor. Aveva dato vita a un progetto meraviglioso con alcune donne sudamericane che andavano in India per imparare ad usare il pannello solare, a costruirlo, installarlo e ripararlo.”
Così fu istituito all’interno del festival un concorso a parte, Nuove Energie Enel Green Power, riservato alle sei produzioni realizzate in coppia dai primi dodici studenti che avevano appena ultimato gli studi al CSC.
Nuove Energie, perché Enel Green Power si occupa di energie rinnovabili quindi nuove, e gli studenti appena diplomati erano nuove energie per il cinema. Vinsero Chiara e Giovanni Pellegrini. Con loro siamo andati prima in India e poi in Cile e in Perù e abbiamo filmato Bring the sun home che ha avuto un notevole successo. Quando presentano questo film che ancora sta girando nelle sale per i festival del mondo, ripetono sempre questa frase: “normalmente un documentarista cerca per  tutta la vita una storia da raccontare, a noi l’hanno regalata”. Ed è una riflessione significativa perché riconoscono non solo il dono del poter essere sul set da giovani appena diplomati ma anche il dono della storia bellissima che hanno potuto raccontare e che è in sé vincente. L’anno dopo il concorso invece era legato al video istituzionale di Enel e fu vinto da Andrea Mura.”Festival
Nel 2014, Treviso, città natale di Lucia e di Chiara, si è interessata al progetto del Festival Sole Luna, che è arrivato alla sua quarta edizione  riunendo  autori e produzioni da tutto il mondo e coinvolgendo l’intera città.
“Quando il festival è nato, l’idea era di insegnare l’arte del documentario, il cinema del reale, che può aiutare a rappresentare un paese con onestà, esattamente com’è.”
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Diario Festival – 14 settembre – Di un naufragio collettivo – Matteo Marcellin e Lorenzo Vergari

Di un naufragio collettivo di Matteo Marcellin e Lorenzo Vergari

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Tra i cortometraggi proiettati ieri sera a Ca' dei Ricchi, Il naufrago. Più che il protagonista, però a naufragare sono gli spettatori che naufragano tra le onde di un corto discutibile: un mare di suoni disincarnati, scritte inadeguate, fotogrammi sgranati.

La storia in sé è interessante, non altrettanto si può dire della resa stilistica. La voce narrante è affidata a una donna - probabilmente la regista - che, ricevute alcune foto, ricerca i luoghi cui esse rimandano, solo attraverso delle coordinate. Il mittente - un marinaio, antica fiamma della donna - vaga disperso su un'isola dopo essere stato costretto ad abbandonare la sua nave. Perno della vicenda dovrebbe essere, almeno nelle intenzioni, l'inseguimento del naufrago da parte della donna: nel cortometraggio si avvicendano le foto di lui, in bianco e nero, e i video di lei, che riproducono gli stessi paesaggi, ma a colori. Il corto è un continuo intreccio di piani temporali del naufrago e della regista, che si cercano vicendevolmente per unirsi oltre il tempo negli stessi luoghi.

La storia, per l'indugiare della macchina da presa sul paesaggio, potrebbe ricordare L'Avventura di Antonioni (1960) e potrebbe essere un'intrigante vicenda sentimentale. Tuttavia senza la sinossi - riportata nel catalogo del Sole Luna Festival - non avremmo capito la trama: nel cortometraggio, infatti, nessuna parola, solo scritte poco leggibili - bianco su sfondo bianco. Inoltre,  fotogrammi volutamente sfocati e  rumori sordi creano nello spettatore un senso di spaesamento così come la brusca alternanza del colore al bianco e nero. Il naufrago

Se si può intravedere un' allusione alla  pittura romantica, in particolare a William Turner, il cortometraggio risulta comunque goffo nel tentativo di mettere in scena un lirismo di cui si conserva qualche traccia solo nell'idea di una trama non resa.

Andrea Mura,  direttore artistico del Festival, a proposito della selezione del corto, risponde: "E' un esempio di documentario che si avvicina alla videoarte, ci piaceva l'idea di proporre varie tipologie  di documentario. Nei corti l'intento è quello di privilegiare scelte stilistiche diverse. Non vi è piaciuto? Mi dispiace. Secondo me era interessante perché ha la visione di un documentario, ma è molto personale: non riproduce solo la realtà, ma anche la soggettività della regista."

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Diario Festival – 14 settembre – Sasha in crescendo – Lorenzo Vergari

Sasha in crescendo di Lorenzo Vergari

Dopo aver  riflettuto sul fotogramma che nel catalogo del Sole Luna Festival presenta il film Sasha, non sarei potuto mancare alla proiezione del documentario, ieri sera a Ca’ dei Ricchi. Per la vicenda del bambino ucraino la sala è piena. Il film inizia. Le Sasha prima scene sembrano contraddire le mie previsioni: quella di Sasha non è un’infanzia tradita. Il bambino sguazza felice nell’acqua del fiume con due compagni che scopriremo più tardi essere i suoi fratelli. Poi i tre avventurieri, dopo aver tentato di infilare un serpente vivo in una bottiglia di plastica, si arrampicano su un albero e camminano in equilibrio sui rami. Insomma, Sasha Smishliaev ride e si diverte come un bambino della sua età e lui stesso dice: “Ho una famiglia fantastica e una bella vita.” Della guerra nessuna traccia, per ora.Sasha Poco dopo, però, quando Sasha torna a casa, si vedono i segni della povertà in cui il bambino e i suoi parenti vivono. La miseria tuttavia non sembra intaccare la serenità del piccolo e l’unità della famiglia. Sasha gioca: alberi da scalare, bottiglie da buttare in mare, strade di polvere e sassi, altalene e scivoli, parchi verdi tra il cemento grigio dei palazzi. E su un’altalena, tra un volo e uno slancio, Sasha conosce Nastya. La bambina gli racconta di essere fuggita dalla sua città a causa dello scoppio della guerra. Spensierato è anche il periodo che Sasha trascorre in Catalogna, ospitato da una famiglia affettuosa e numerosa.  Tra il divertimento di tuffi in piscina, bagni in mare, gite in barca e surf, partite a calcetto e fuochi d'artificio, il piccolo Sasha diventa grande. Nelle conversazioni notturne con i familiari spagnoli, emergono il dolore e la violenza del bambino che confessa di aver picchiato alcuni compagni a scuola, non per crudeltà ma per farsi rispettare e di essere stato picchiato a sua volta dal padre, con un cucchiaio dietro la nuca. È proprio durante queste chiacchierate  che in Sasha si avverte l'urgenza di crescere: il piccola racconta e inizia a interrogarsi su di sé, sulla guerra, sulla morte e a riflettere sulle scelte per il futuro: seguire l'esempio dei compagni ucraini, fare box? Quali prospettive? Quando sullo schermo comparSashae quell'immagine di Sasha al  mare al tramonto provo un senso di vertigine: non è più un fotogramma isolato su cui ipotizzare una storia ma un ingranaggio di un percorso di crescita, uno scalino dall’infanzia verso l’adolescenza. Sasha sembra interrogare il mare: cosa lo aspetta e cosa ha vissuto finora? E  non è da solo: al suo fianco il fratello spagnolo gli indica l'orizzonte, e lo abbraccia. L'estate finisce. Dopo il doloroso distacco dalla famiglia spagnola, Sasha torna in Ucraina: ad accoglierlo  l'amore della madre,  l'armonia della famiglia e  la delusione amorosa da parte di Nastya. Il bambino sta crescendo bramoso di futuro e in equilibrio sul filo del passato, dice infatti che vorrebbe stare “tanto, tanto tempo in Spagna”e promette alla sua mamma che studierà e non farà box.
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Programma sabato 16 settembre 2017 | Sole Luna Doc Film Festival Treviso

Sole Luna Treviso Doc Film Festival 11-17 settembre / September 2017 Sala dei Trecento TRA, Ca’ dei Ricchi Ingresso gratuito/free entrance

Sabato 16 settembre | Saturday September 16th Loggia dei Trecento 10.00 - 18.00 In collaborazione con / In cooperation with UQIDO Esperienza VR: si potranno sperimentare oculari con visione a 360 gradi per guardare tre documentari a tematiche sociali e ambientali. Sala dei Trecento 18.00 incontri | meetings Il documentario nella realtà virtuale con | with Pier Mattia Avesani, CEO Uqido IMG_3794
Treviso. Il Luogo e la sua Musica Passeggiata musicale/ Musical Walk A cura di / Curated by Musica in Valigia  Accompagnatore/ Guide Paola Gallo Meeting Point ore 10, Loggia dei Trecento - Prenotazioni 338 1577593 Passeggiata storico – musicale che parte dalla Treviso medievale per toccare luoghi del Trecento di Dante, l’Ottocento dei teatri fino ad arrivare alla ‘piccola Atene’ del Novecento con i capolavori musicali del Museo Bailo. Un trekking urbano nel quale la musica è protagonista indiscussa grazie al valore storico dei luoghi sottolineato nel loro pregevole ed accattivante carattere culturale.
Sala dei Trecento 18.30 food for life Il tempo delle api Rossella Anitori, Darel Di Gregorio, Italia 2017, 68’ v.o. ita. | o.v. Ita ll tempo delle api racconta la storia di due giovani apicoltori che provano ad allevare le api in maniera naturale, incontrando lungo il percorso una serie di problemi che metteranno alla prova l’esperimento e la loro stessa amicizia. Girato in un casale di campagna dove un gruppo di ragazzi ha scelto di vivere insieme, il film è l’occasione per riflettere sul delicato rapporto tra l’uomo e la natura, e sulle difficoltà che si possono generare all’interno di una relazione lavorando ad un progetto comune. IL TEMPO DELLE API - OFFICIAL TRAILER from IL TEMPO DELLE API on Vimeo.
Sala dei Trecento 20.10 concorso | competition in collaborazione con | in cooperation with Carta Carbone Vuelo nocturno Nicolas Herzog, Argentina 2016, 70’ v.o. sott. ing. e ita | o.v. Eng. and Ita sub. Una serie di video che Antoine de Saint-Exupéry ha inviato al regista Jean Renoir nel 1941 costituisce il punto di partenza per ricostruire la storia d’amore tra lo scrittore e aviatore con le “principesse d’Argentina” Edda e Suzzane Fuchs, le protagoniste del capitolo “Oasis” nel suo libro Terra degli Uomini e le muse del Piccolo Principe.
Sala dei Trecento 21.30 music in doc evento speciale | special event Bruno Cesselli musica dal vivo | live music setting Nanook of the North Robert J. Flaherty, Usa 1922, 70’ muto, sott. ing. | silent, Eng. sub., Maestro Bruno Cesselli, piano Nanuk l’eschimese è un film muto del 1922 diretto da Robert J. Flaherty caratterizzato da elementi di docudrama. Flaherty scrive la lotta per la sopravvivenza dell’eschimese Nanuk e della sua famiglia nell’Artico canadese. Nel 1989 è stato uno dei 25 film selezionati dalla Library of Congress per la conservazione nell’archivio del United States National Film Registry per il “suo alto valore culturale, storico ed estetico”. Nanook-of-the-North
TRA, Ca’ dei Ricchi 18.30 incontri | meetings copertina_copertinario Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano Ciaj Rocchi, Matteo Demonte, Italia 2017, 22’ v.o. sott. ing. | o.v. Eng. sub. In collaborazione con | In collaboration with Edizioni Becco Giallo, TCBF  Ospiti: Ciaj Rocchi, Matteo Demonte, Livio Zanini, Natalino Wu Chinamen è una graphic novel e un documentario a disegni animati che ripercorre 100 anni di storie di immigrazione e integrazione cinese in Italia : dai primi commercianti arrivati per l’esposizione universale di Milano nel 1906 al timido flusso migratorio del 1926, dalla nascita della comunità cinese di Milano e Bologna alle difficoltà incontrate dai cinesi internati nei campi di concentramento in Abruzzo e Calabria durante il Fascismo, fino alle vicende straordinarie dei grandi imprenditori degli anni ’60 e ’70.
TRA, Ca’ dei Ricchi 20.30 concorso | competition Il segreto delle calze Nicola Contini, Italia, 2016, 52’ v.o. sott. ing. | o.v. Eng. sub. Tra la via Emilia e Pechino. Emilia e Angiolo sono due piccoli imprenditori toscani che, dopo il fallimento della loro impresa di produzione di calze femminili, emigrano dal piccolo distretto industriale di Empoli, in Italia, a Yiwu, nella Repubblica popolare cinese. Grazie alla loro conoscenza dell’artigianato, a 65 anni, da un piccolo distretto italiano, si sono catapultati nella nuova realtà cinese diventando protagonisti dell’economia più fiorente del mondo. Dopo 10 anni trascorsi in Cina ora hanno un’altra sfida da affrontare: trovare il coraggio di tornare a casa. 22.00 concorso | competition See you in Chechnya Alexander Kvatashidze, Georgia, 2016, 69’ v.o. sott. ing. e ita | o.v. Eng. and Ita sub. Un incontro casuale con una fotografa di guerra straniera porta Alex in Cecenia durante la guerra. Dopo questa esperienza, si rende conto che vuole diventare anche lui un fotografo di guerra, ma non ci riesce. Questo porterà Alex, per 15 anni, alla ricerca di storie di persone che lavorano in prima linea, per capire le loro vere motivazioni e per vedere cosa la guerra ha provocato in loro. Ci vorranno 15 anni affinché Alex riconsideri le sue aspirazioni e si renda conto che il suo posto è da qualche altra parte, lontano dalla guerra. SYIC_Trailer_2016 from Kinoport Film on Vimeo.  
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Diario Festival – Previsione 15 settembre – I cormorani: un’estate per cambiare – Icaro Bortoluzzi

I cormorani: un’estate per cambiare di Icaro Bortoluzzi

  Quando hai dodici anni la scuola non è che un’attesa dei mesi fantastici delle vacanze estive. Un periodo che gli schizzi d’acqua diretti verso la telecamera ci invitano a trascorrere con Matteo e Samuele, ridendo e nuotando con loro. questa estate è diversa dalle precedenti: porta qualcosa di nuovo. Sullo sfondo i graffiti statici e immutabili nel tempo, come le loro estati fino a quel momento. In primo piano l’acqua, mutevole e passeggera, che li investe sancendo l’inizio di quello che sarà il loro cambiamento.I Cormorani Uno dei due amici in controluce segna la trasformazione della loro relazione in qualcosa di nuovo. Il sorriso spensierato ha una nota amara, quasi una smorfia. La somiglianza dei due rappresenta una fuga da se stessi, la ricerca di qualcosa di nuovo e diverso. Ma quanto davvero sono pronti a crescere? Quanto il mondo è pronto a loro? Fabio Bobbio in I cormorani potrebbe seguire l’evoluzione dell’estate dei due adolescenti. Cosa sostituirà la spensieratezza che aveva caratterizzato Matteo e Samuele? Potrebbe essere l’apatia, potrebbe essere quella sensazione di continua stanchezza, come potrebbe essere la consapevolezza che stanno crescendo. Dipenderà dalle loro scelte e dalle nostre. Infatti gli schizzi sono una sfida a “provare” il loro cambiamento. A scegliere con loro chi diventare quando l’estate finirà. Perché, alla fine«Le nostre scelte sono scommesse, come quelle di chiunque altro».
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Diario Festival – 13 settembre – La musica del deserto – Anna Merotto

La musica del deserto di Anna Merotto 

Siete mai stati nel deserto? Il primo fotogramma di Caravane Touareg trasporta gli spettatori dalla piccola e affollata sala di TRA a una distesa di dune, un mare color ocra che risalta sull’azzurro terso del cielo. Nel silenzio irreale, rotto solo a tratti dal sibilare lontano del vento, si avverte il suono, flebile in principio, poi più limpido, di un battito ritmato di tamburi e di un coro di voci femminili. Nel cuore dell’azawad, antica parola  berbera che descrive le regioni più aride e inospitali del Nord del Mali, una volta l'anno si svolge il Festival del Deserto.Caravane Touareg Forse per la danza dei ballerini che si stagliano vivi  sullo schermo, forse per il vento caldo che quasi percepiamo sulla pelle, Caravane Touareg più che un documentario è un viaggio. Noi, spettatori disorientati, vaghiamo smarrendoci tra i colori caldi e sgargianti delle tende, e non possiamo non lasciarci catturare dalla voce bassa e armoniosa di una donna. Disco è una cantante dalla figura imponente, il viso stanco e il sorriso materno. Sarà la nostra guida in un viaggio lungo dieci anni, sulle orme di una popolazione in fuga dalla propria terra. Tempo fa i Tuareg sono stati costretti a lasciare il Mali, dilaniato dalla lotta intestina tra il governo  e i ribelli jihadisti, e a iniziare un cammino senza fine, cercando rifugio negli stati più prossimi. Ora vivono disseminati e confinati nei campi profughi in Burkina Faso e in Mauritania. I bambini non vanno più a scuola, le famiglie si sono sparse. L'unica certezza è ormai il terrore subdolo e costante, il primo pensiero al mattino e l’ultimo alla sera, la paura di essere perseguitati ancora, di vedere morire i propri cari, di non lasciare ai propri figli una casa in cui vivere. Caravane TouaregEppure, i Tuareg continuano a cantare. I nostri compagni di viaggio sono i canti, i tamburi e la chitarra, onnipresenti, anche mentre i telegiornali annunciano l’intervento armato della Francia nel corso della crisi maliana e quando Disco decide che è il momento di tornare a Bamako. «Il Mali è grande, il Mali è bello» è il canto di speranza intonato dai Tuareg sulla via di casa. Dopo dieci anni, l’odissea è finita. Negli ultimi istanti, nella notte limpida e stellata di Bamako, Disco canta per il popolo maliano. Tra le risate della gente, l’immagine onirica di un vortice di danze e  di luci ci accompagna dolcemente al termine di questo lungo viaggio, di questo piccolo frammento di sogno.
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