Freedom women di Giancarlo Bocchi

Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale nel Novecento, ma la battaglia per i diritti umani è stata a lungo per lo più maschile. Al principio del terzo millennio il dato storico è radicalmente cambiato. Sono principalmente le donne a rischiare la vita per combattere ingiustizia e sopraffazione in nome del bene comune. Qua e là per il mondo, inseguono con caparbietà il sogno di una vita migliore, più giusta, degna, piena, sicura. Si battono per i diritti della persona, per valori come libertà, uguaglianza, civile convivenza, che sebbene siano riconosciuti superiori ai diritti degli Stati, sono costantemente violati dagli Stati stessi. Così facendo, si espongono, affrontano violenze, torture, perfino la morte: conseguenze dell’agire politico in condizioni estreme che accettano con fermezza, coraggio e conoscenza del dolore tutti femminili. Sono consapevoli di dovere, proprio per motivi di genere, faticare di più per il riconoscimento e l’esercizio dei diritti di tutti, ma hanno sete di giustizia. Sanno che ricerca del bene è un’impresa grandiosa, ma credono che a parteciparvi sia chiamato in particolare chi condivide e diffonde la bellezza del proprio sogno.
Le protagoniste di questa serie di film documentari sono di nazionalità, cultura, lingua diverse. Si battono in Afghanistan, Birmania, Colombia, Cecenia, Kurdistan, Sahara Occidentale, sei aree tra le più pericolose al mondo, luoghi distanti tra loro migliaia di chilometri. Sono unite nella stessa lotta universale, plurale e femminile per estirpare le diseguaglianze, cancellare le discriminazioni, realizzare una rivoluzione speciale, calda, generatrice: concepire, alimentare e crescere, come una nuova tenera creatura, il progetto di un futuro migliore.


La figlia del Caucaso

Regia | Director Giancarlo Bocchi
Fotografia | Photography Giancarlo Bocchi
Montaggio | Editing Giancarlo Bocchi
Produzione | Production IMPFILM
Italia, 2019 50’ v.o. sottotitoli in italiano e inglese | o.v. Italian and English subtitles
Riprese | Shooting in full HD Russia – Caucaso (Circassia, Inguscezia e Cecenia)

Orfana di madre sin dai primi giorni di vita, Lidia è scampata all’orfanotrofio grazie a una zia materna che viveva in una  grande casa in campagna nei pressi di Groznyj, la capitale della Cecenia. Studia giurisprudenza e diventa avvocato entrando nella squadra degli investigatori della Procura federale alla vigilia della prima guerra cecena. Allo scoppio degli scontri separatisti in Cecenia il fratello di Lidia, poliziotto, viene assassinato dopo aver scoperto e denunciato un grande traffico clandestino di armi. Nel 1991 la trentenne Lidia, testimone diretta della tragedia cecena, si vota alla difesa dei diritti umani del popolo oppresso da entrambe le parti in conflitto, fondando in Cecenia la sede dell’associazione Memorial. Definita da Amnesty International “una delle donne più coraggiose d’Europa” è stata candidata al premio Nobel per la Pace nel 2006.


La piccola guerrigliera

RegiaDirector Giancarlo Bocchi
FotografiaPhotography Giancarlo Bocchi
MontaggioEditing Leonardo Rigon
Produzione Production IMPFILM
Italia-Birmania, 2013 42’, inglese-birmano sottotitoli in italiano e in inglese| English-Burmese with Italian and English subtitles
RipreseShooting in full HD Londra, Mae Sot, Thailandia, Stato Karen – Birmania (Myanmar)

Fino all’età di quattordici anni Zoya Phan ha vissuto nella giungla birmana “la terra verde” dei Karen, tra i guerriglieri del KNLA (Karen National Liberation Army) che combattono da sessant’anni la più lunga resistenza armata della storia contemporanea. La famiglia di Zoya venerava gli spiriti della foresta, dei fiumi e della luna. La madre comandava un reparto femminile della guerriglia. Il padre, importante esponente del KNU, l’ala politica dei Karen, aveva scelto per lei quel nome estraneo alla tradizione, evocativo di un destino già tracciato. Fin dall’infanzia Zoya ha onorato la sua eponima, l’eroica partigiana sovietica che combatteva i nazifascisti. È sfuggita ai bombardamenti e agli attacchi, al pericolo di essere trucidata dalle truppe dei generali birmani. Dopo l’ennesimo bombardamento e il rogo della sua capanna, Zoya si è unita alle migliaia di fuggiaschi e per due anni è vissuta in un campo profughi in Thailandia. Il padre, divenuto nel frattempo il capo politico di tutti i Karen, è stato ucciso nel febbraio 2008 a Mae Sot, in Thailandia, da sicari del regime birmano. Braccata da militari, Zaya è fuggita e ha chiesto asilo politico in Gran Bretagna. Da quel momento è divenuta una tra le più temibile oppositrici all’estero della dittatura militare. La sua avventurosa autobiografia, Little daughter, che ha avuto un successo mondiale, ha inchiodato il regime militare birmano alle sue responsabilità per le continue, terribili violazioni dei diritti umani, per gli eccidi, gli stupri, le deportazioni, l’arruolamento di bambini-soldati.


La ribelle del Sahara

Regia | Director Giancarlo Bocchi
Fotografia | Photography Giancarlo Bocchi
Montaggio | Editing Giancarlo Bocchi
Produzione | Production IMPFILM
Italia, 2019 50’ v.o. sottotitoli in italiano e inglese | o.v. Italian and English subtitles
Riprese | Shooting in full HD Algeria, Tindouf – Sahara, al-Ayoune  

 

Figlia di un dignitario indipendentista del Sahara occidentale, morto in un incidente d’auto dai contorni mai chiariti, Aminatou Haidar è la più famosa attivista per i diritti umani del popolo saharawi. Nata nel 1967, residente ad al-Ayoune (la capitale dei territori occupati dell’ex Sahara spagnolo), laureata in letteratura moderna, Aminatou fin dagli anni ’80 combatte strenuamente l’occupazione coloniale del suo paese da parte del Marocco. È una lotta del tutto diversa da quella condotta in armi il Fronte Polisario nella porzione liberata del Sahara. Nel territorio ancora occupato si svolge una Intifada pacifica, fatta di manifestazioni di protesta e resistenza sotterranea. Una resistenza che i marocchini temono e reprimono con ogni mezzo. Arrestata nel 1987, Aminatou è stata inghiottita fino al 1991 dalla “prigione nera” di al-Ayoune, dove è stata sottoposta a indicibili torture e violenze. Dopo il rilascio, non ha rinunciato alla lotta per la libertà del suo popolo, come avrebbe voluto il marito, e ha organizzato il movimento delle madri e delle figlie dei carcerati. Nel 2005 durante una manifestazione pacifica ad al-Ayoune è stata aggredita dai militari e percossa a sangue. Ricoverata in ospedale per le ferite, è stata arrestata e rinchiusa di nuovo nella prigione nera. Torturata ancora, è stata condannata a sette mesi di prigione, ma da quel momento è assurta a simbolo della resistenza pacifica saharawi contro l’occupazione militare marocchina. Tornata in libertà, ha ripreso la lotta, anche a prezzo della rottura definitiva con il marito.


Le ragazze della rivoluzione

Regia | Director Giancarlo Bocchi
Fotografia | Photography Giancarlo Bocchi
Montaggio | Editing Giancarlo Bocchi
Produzione| Production IMPFILM
Italia, 2019 50’ v.o. sottotitoli in italiano e inglese | o.v. Italian and English subtitles
Riprese| Shooting in full HD Iraq Kurdistan, Makhmur, Sinjar, Kirkuk

 

Tamara è nata durante una guerra. Fin da bambina ha visto il nemico turco che attaccava ferocemente il popolo curdo. Per lei entrare nella lotta armata non è stata una scelta, ma una necessità. Ha iniziato a combattere a sedici anni, dieci anni fa. La prima promessa che ha fatto a se stessa e ai suoi compagni è stata di resistere, perché crede che la lotta sia resistenza. Dopo aver preso le armi nel suo paese, la Turchia, contro il regime militare e poi quello islamico di Erdoğan, ora combatte in Kurdistan contro i miliziani dell’Isis, l’Internazionale islamista del terrore. Per i suoi ideali Tamara ha sacrificato molto. Ha dovuto dimenticare i sogni personali per uno solo e comune: la libertà del Kurdistan. Per dieci anni l’ha immaginata e attesa. Vedeva le altre ragazze sposarsi e mettere su famiglia, rinunciando a liberare il proprio paese. Tamara ha compiuto la scelta opposta. Rinunciare alla famiglia e ai figli e combattere per la libertà. Tamara comanda una formazione tutta femminile che difende, a poca distanza dalla prima linea, vicino a Makhmur, la capitale “segreta” del PKK in Kurdistan, dove vivono le famiglie di dodicimila rifugiati politici. È stata a lungo nella base di Qandil sulle montagne tra la Turchia e il Kurdistan. Ha affrontato l’Isis nelle trincee di Kirkuk. Ha sostenuto combattimenti che sono rimasti nella memoria dei curdi.


Sorella libertà

Regia | Director Giancarlo Bocchi
Fotografia | Photography Giancarlo Bocchi
Montaggio | Editing Giancarlo Bocchi
Produzione | Production IMPFILM
Italia 2019 50’ v.o. sottotitoli in italiano e inglese | o.v. Italian and English subtitles
Riprese | Shooting in full HD Kabul-Afghanistan

 

Gran parte della sua infanzia e adolescenza, Malalai Joya l’ha passata nei campi profughi in Iran e Pakistan, per sfuggire alle guerre che da decenni sconvolgono il suo paese, l’Afghanistan. Dopo la sconfitta dei talebani è ritornata nella città d’origine, Farah, nel sud-ovest del paese, dove si è appassionata e dedicata alla politica. Dopo una dura contesa elettorale, nel 2003, a soli 26 anni è stata eletta alla Grande Assemblea, l’organo incaricato di redigere la nuova Costituzione. Fin dai primi interventi in aula, la giovane Malalai si è fatta spina nel fianco dei vecchi politicanti afghani, molti dei quali collusi con il regime dei talebani. In un discorso, poi divenuto celebre e ritrasmesso dalla televisione, ha denunciato, davanti agli allibiti esponenti del patriarcale potere afghano i crimini dei signori della guerra, ben rappresentati in Parlamento. Perde quindi il seggio in Parlamento e da allora vive sotto scorta ed è oggetto di continue minacce di morte. Malalai Joya è oggi responsabile di un’associazione che si occupa della promozione dei diritti delle donne e dei bambini, organizza corsi gratuiti di alfabetizzazione e formazione professionale, incontra e conforta donne che hanno patito angherie, brutalità e sopraffazioni atroci e che per essersi sottratte alle violenze familiari sarebbero passibili di arresto e dure condanne. È stata insignita di prestigiosi premi internazionali per il lavoro svolto nella salvaguardia dei diritti umani nel suo paese, ma a Kabul, dove vive, vive sempre nascosta.


Figlia della libertà

Regia | Director Giancarlo Bocchi
Fotografia | Photography Giancarlo Bocchi
Montaggio | Editing Giancarlo Bocchi
Produzione | Production IMPFILM
Italia, 2019 50’ v.o. sottotitoli in italiano e inglese | o.v. Italian and English subtitles
Riprese | Shooting in full HD Colombia, Bogotá, Popayán, Tierradentro del Cauca, Barrancabermeja

Nel sud della Colombia, tra la Cordigliera delle Ande e l’Oceano Pacifico, si estende il Cauca. Abitato da comunità indigene, è un territorio di grande bellezza naturale, sconvolto da una guerra tanto feroce quanto misteriosa. È da anni uno dei territori più pericolosi al mondo, luogo di produzione e traffico di coca, campo di battaglia di narcotrafficanti, forze di polizia, paramilitari governativi, narcoguerriglieri delle FARC, esercito colombiano. Gli indigeni del Cauca sono le vittime delle varie forze contrapposte. Spesso sono uccisi dall’esercito con il pretesto che siano guerriglieri. L’accusa è falsa, ma frutta ai militari un premio in denaro. A battersi con più coraggio per i diritti delle popolazioni del Cauca è la leader indigena Aida Quilque, quarant’anni, tra le principali dirigenti del CRIC, Consiglio Regionale del Cauca. Aida ha organizzato dimostrazioni e marce di protesta, come quella su Cali del 2008, alle quali hanno partecipato più di 45 mila indigeni del Cauca. Non ha esitato a scontrarsi più volte pubblicamente con Alvaro Uribe, quando era presidente della Colombia, costringendolo a una prova di umiltà nel Resguardo del Cauca di S. María e screditandolo, per la sua politica segreta in appoggio ai paramilitari, davanti agli indigeni e ai media colombiani. Per l’opera coraggiosa in favore dei diritti del suo popolo Aida ha dovuto pagare un prezzo altissimo. Edwin Legarda, suo marito, è stato assassinato, a 50 chilometri da Popayán, il capoluogo del Cauca, mentre di notte percorreva una strada deserta.